“Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai in una selva oscura che la diretta via era smarrita”.

Alle soglie dei miei primi 50 anni (due anni fa), mi sono ritrovata a riflettere su queste parole del sommo poeta, Dante Alighieri, e nel mezzo del cammin della mia vita, mi sono fermata ad un bivio ed ho fatto un breve resoconto della mia esistenza, degli obiettivi raggiunti e dei sogni infranti, dei successi e dei fallimenti. Alle soglie della mia prima primavera, ho capito che ero davanti ad una porta: aprirla significava rimettermi in discussione; ignorarla mi avrebbe portato a continuare lungo un sentiero che non sentivo più mio. In questo mio breve articolo, voglio condividere con voi come ci si può e ci si deve dare delle alternative, e occorre seguire ciò che il nostro io più profondo ci indica per inoltrarsi lungo un sentiero fatto di ostacoli ma anche di nuove gioie.

Un nuovo inizio a New York

Sono arrivata in America 20 anni fa con il proposito di cominciare la mia carriera universitaria e di conseguire un PhD in Letteratura Comparata, dopo averci provato (senza successo) per 5 anni in Italia. Dopo la laurea in lingue a Milano, infatti, avevo tentato di intraprenderla (come assistente tuttofare) alla Facoltà di Economia di Napoli.  Nonostante anni di lavoro non pagato e porte sbattute in faccia, ho provato a non lasciare il mio Bel Paese perché credevo nelle mie potenzialità, ma, ancor di più, credevo nella mia comunità, nell’incredibile potenziale culturale e sociale che solo il mio Paese può offrire. Purtroppo però anche la fede più sincera e profonda può spezzarsi e così ho lasciato l’Italia nel 2001 (da sola e con la mia famiglia che era contraria) e sono arrivata a New York il 4 Agosto 2001. Solo qualche settimana dopo, ho avvertito che l’enorme balzo al buio che avevo appena fatto sapeva di “buono”, di “finalmente”.

Il 9 settembre 2001 rimarrà indelebile nella mia anima. Stavo mangiando un pacco intero di chocolate cookies e mentre osservavo la maestosità delle Twin Towers (che sarebbero, anche se solo materialmente, per sempre scomparse dopo due giorni) un senso di serenità immensa mi ha avvolta. Mi sono detta “finalmente sono“: “finalmente sono dove voglio essere; essere ciò che sento; sentire ciò che veramente voglio”. Ci sono voluti anni per definire questo “sono”.

Il raggiungimento di traguardi professionali e personali

Il percorso universitario in America, fatto di classi da seguire, lezioni da insegnare, libri e articoli da scrivere, conferenze a cui partecipare, sessioni di formazione professionale da organizzare e a cui prendere parte, può essere arduo, competitivo, avvilente ma avvincente, faticoso ma con sconfitte e trionfi. Alla fine però, il duro lavoro ripaga sempre e mi sono ritrovata con una carriera ben delineata, professore di discipline a me consone e capo di un dipartimento che mi avrebbe condotto lontana. Con soddisfazione personale, ma anche con un velo di malinconia, mi sono aggrappata a questa ancora riflettendo, con rabbia, cosa il mio Bel Paese avrebbe dovuto afferrare ma invece aveva perso.

Alla carriera universitaria ho aggiunto l’altra carriera, quella che ti riscalda l’anima, ti colma di infinito e assoluto amore che non crolla mai neanche davanti alle prove più dure. I miei tre figli e mio marito sono stati e sono le ancore del mio spirito, i timoni della mia barca e anche il vento che spinge e ti solleva quando cadi. Infatti, come diceva Confucio, la felicità più grande non sta nel non cadere mai, ma nel risollevarsi sempre dopo una caduta. E loro ci sono sempre stati, presenti, attenti e vibranti nel loro assoluto sostegno prima, durante e dopo ogni caduta.

Serendipity e nuove strade

Come capita spesso a ciascuno di noi, un bel giorno, dopo l’ennesima caduta, o meglio delusione, arriva quell’attimo di serendipità, che, nell’ottica dell’autore Horace Walpole e di quando coniò il termine “serendipity” nel 1754, è quell’attimo in cui scopri qualcosa di inaspettato, o forse chiuso nel baule della tua inconsapevolezza, e che viene fuori nel momento più opportuno. Come i protagonisti della fiaba di Walpole “I tre principi di Serendip”, che nella storia continuano a trovare degli oggetti che non stavano cercando, anche io, alle soglie dei miei primi 50 anni, ho trovato che la mia anima curiosa, in corsa continua di macinare obiettivi, mi ha imposto di chiedermi: “ma io sono davvero arrivata? Mi basta dire ‘sono’? Mi basta essere un professore di Studi sociali, di essere un amministratore e di continuare a esserlo per altri decenni? Ho messo le ‘pantofole’ con il mio lavoro sicuro?”

Questa è la porta a cui alludevo all’inizio: continuare per una strada che a conti fatti non mi soddisfaceva più, ma era “sicura” nella sua piattezza, nonostante tutto il lavoro e i sacrifici fatti? Oppure cominciare un altro sentiero?  La risposta è stata repentina, travolgente e piena di emozioni sane e vibranti. Mi sono detta “No!”, non mi basta più essere così, voglio voltare pagina, rimettermi in discussione, “reboot”, ricominciare a studiare. Così alle soglie della mia prima primavera mi sono ripromessa che per i 50 anni mi sarei “regalata” un Master in Business Administration, avrei corso la mia prima maratona di New York e avrei lasciato il lavoro, quella stessa carriera che avevo agognato dall’Italia e che ho consumato nei miei primi 18 anni in America, a New York.

All’indomani dei miei 50 anni, la mia selva oscura, la nuvola di incertezze è scomparsa: ho conseguito il Master lavorando per un anno non stop, mi sono allenata ed ho corso i 42 Km della corsa più emozionante al mondo ed ho dato le dimissioni da un lavoro che aveva smesso di nutrirmi l’anima.

Oggi mi sento rinata, pronta a nuove emozioni, nuovi viaggi, pronta a dirmi “finalmente sono”, di nuovo! Ovviamente il percorso non è facile, è tutto in salita, pieno di dubbi, di voci che ti sussurrano “ma chi te lo fa fare”. Tuttavia, la consapevolezza che ciò che fai è giusto, di avere le solide spalle che ti sostengono sempre con te, ti porta a compiere degli sforzi erculei.

Concludendo...

In breve, con questo mio breve spaccato di vita, ho voluto condividere che è giusto non “stare bene”, non “sentirsi più nei vestiti usati per l’esterno”, nell’indossare sempre la stessa maschera alienante Pirandelliana che usiamo per nasconderci dalla realtà che ci pesa e che non vogliamo affrontare, per adattarci e conformarci e per comodità.

Altrettanto giusto è darsi delle opportunità di poter cambiare, di cercare nuovi “finalmente sono”, di seguire altri percorsi che sebbene ardui portino lontano e in alto. Come diceva James Joyce “la vita è come un’eco: se non ti piace quello ti rimanda, devi cambiare il messaggio che invii.

Elda Buonanno Foley, PhD, M.B.A.

Bibliografia

I dialoghi di Confucio / a cura di Alber- to Castellani. – Rist. anast. – Firenze : Sansoni, 1984. – XXX, 196 p.

Dante Alighieri . La Divina Commedia