Foto per post da Retail a HR

Vita dell’emigrante senza né arte né parte

Quando mi è stato chiesto di scrivere un articolo sulla mia esperienza lavorativa negli USA, mi sono sentita onorata per l’opportunità di raccontare la mia storia: di come sono passata da lavorare al food court di Target a diventare una professionista nel settore delle risorse umane di una delle università più importanti d’America. Ho però incontrato non poche difficoltà su come approcciare l’argomento. Improvvisamente sono stata assalita da un senso di inadeguatezza e ho pensato che in realtà non avessi nulla di utile e stimolante da raccontare, visto che il mio lavoro non richiede particolare ingegnosità o percorsi di studio complessi. 

Durante una piccola crisi di panico, mio marito mi ha spronato dicendomi “Dovresti parlare della tua testardaggine. Quindi eccomi qui a raccontare un piccolo capitolo della mia storia e di come, senza avere direzione o passioni e senza avere né arte né parte, ho ritagliato in questo immenso paese un angolino per me stessa e la mia carriera. 

In questo post non posso raccontare la mia esperienza lavorativa senza prima fare le dovute premesse. Quello che racconto non è una ricetta per il successo o per diventare i nuovi “zii d’America”. Quello che racconto è semplicemente la mia esperienza e quello che ho fatto per poter vivere e sopravvivere negli USA. Ognuno di noi ha esperienze e capacità diverse e sarebbe da ipocriti non considerare che alcuni dei miei compaesani si trovano in situazioni molto più complesse di quelle che ho vissuto io. Condivido la mia esperienza nella speranza che qualcuno, leggendo la mia storia, possa trovare il coraggio e la grinta di continuare a lavorare sulla propria carriera, anche quando tutto sembra una causa persa.  

A te lettore che sei capitato su questo post, spero che quello che stai per leggere possa rincuorarti e ispirarti a non darti per vinto e a rincorrere il tuo futuro. In questo paese è facile sentirsi persi e senza direzione, ma qui esistono ancora tantissime opportunità lavorative che all’occhio sconfortato risultano invisibili o impossibili da raggiungere. Quindi su col morale e continua a leggere. 

Le mie aspettative quando sono sbarcata in America

Quando sono arrivata negli USA come military spouse, la mia ingenuità e le testimonianze di successo di altri italiani mi hanno fatto credere che da qualche parte, nelle lande desolate della Georgia, avrei trovato un annuncio per un fantastico lavoro adatto proprio a me: “AAA Giovanna cercasi”, nella descrizione della posizione avrei trovato incluso “Bad English? No problem! Degree and work experience not required. 

Invece il mio primo lavoro in una catena di panifici-ristoranti fu tutt’altro che affascinante e adatto a me, infatti passavo i miei turni (a volte anche di 17 ore) a lavare piatti e pulire bagni. Ebbi il primo di una lunga serie di reality checks dove imparai che negli USA tutti sono utili ma nessuno è necessario, che avere un lavoro non garantisce uno stipendio fisso o lo stile di vita desiderato, e che in Italia i diritti dei lavoratori sono diversi e migliori da quelli che esistono negli USA.  
 
Con tanto coraggio e senso critico ho iniziato a guardare a me stessa e alla mia manodopera come merci da presentare nel mercato del lavoro e, purtroppo, ho ritenuto di essere desiderabile tanto quanto un lenzuolo usato sulla bancarella del mercato delle pulci. Ero molto delusa e disorientata ma avevo fame ed ero testarda, quindi non mi sono data per vinta. 

Impara l’arte e mettila da parte

Urgeva migliorare le mie competenze e il mio inglese. Ho demolito il piedistallo che mi ero inconsapevolmente creata e ho imparato che nessun lavoro era al di sotto delle mie capacità. Ogni giorno mi sono forzata a cercare ed affrontare una nuova sfida e così facendo ho imparato a fare moltissime cose, da come smontare il filtro di una lavastoviglie industriale fino a parlare al telefono in inglese. Mi sono promessa di rendermi indispensabile sul lavoro e di non autocommiserarmi per il fatto di non avere una laurea come tanti miei coetanei 

Ho trascinato questo atteggiamento anche nella mia seconda opportunità lavorativa in Louisiana, quando fui nuovamente assunta come food worker in una catena di grandi magazzini qui conosciuta come Target. Al termine dei miei turni di lavoro rimanevo spesso ad osservare gli altri e scovai dei processi che avevano bisogno di essere migliorati e sui quali volevo aggiungere il mio tocco personale. Scrissi un piano d’attacco, e con la faccia tosta di chi non ha niente da perdere, andai dalla mia manager e in un inglese elementare ma corretto, le dissi: “Questi processi fanno schifo, me ne faccio carico io e questo è quello che implementerò”.  

La fortuna premia gli audaci, ma gli USA premiano i testardi

La testardaggine della capra mi permise di affrontare molte difficoltà, ignorare qualche pregiudizio e superare la delusione delle diverse opportunità di promozione perse. Dopo un anno di duro lavoro, fui caldamente raccomandata per la posizione entry level che si era appena aperta in Human Resources. Nonostante non sapessi nulla nel campo delle risorse umane, fui catapultata nel mondo delle paghe, preparazione degli orari, assunzioni e orientamento dei nuovi assunti.  
Mi sentivo un pesce fuor d’acqua, ma ancora una volta mi aggrappai a quel senso di testardaggine e mi imposi di acquisire padronanza su tutto quello che mi trovavo davanti. Grazie a Kristina, la mia manager e mentore, fui incoraggiata a svilupparmi professionalmente, a creare progetti per arricchire il mio resume, e addirittura ad esprimere la mia opinione di fronte ai district managers che regolarmente venivano in visita nel nostro negozio. Kristina vide tanto in me, forse più di quanto io avessi visto in me stessa, e mi spinse addirittura a partecipare al programma pilota del HRCI (Human Resources Certification Institute) per il rilascio di un certificato di proficiency nel campo delle risorse umane, che per la prima volta era aperto a persone come me, ovvero novelli del settore e senza laurea. Kristina si accertò di scrivere una lettera di raccomandazioni e fece di tutto perché il lavoro non ostacolasse la mia partecipazione all’esame.  
 
Con mia somma sorpresa, questa nuova esperienza aveva acceso in me un inaspettato interesse in un settore che dubito avrei avuto la possibilità di conoscere in Italia. Improvvisamente sentii la mia bussola professionale orientarsi in una direzione nuova e finalmente nuove possibilità e nuovi orizzonti si spalancavano davanti a me. Purtroppo nonostante il duro lavoro e l’ottimismo, e nonostante fossi sull’orlo di una promozione, ancora una volta facemmo le valige diretti per St Louis, Missouri. 

Aria di cambiamento

In una delle ultime riunioni, che oramai si conducono tramite Zoom, ho scherzosamente detto alla mia manager “Stella, I really don’t know why you hired me”. Lei, con la sua solita grazia e calma, ha semplicemente risposto “I can tell good hearts and good character”. La prima volta che ebbi il piacere di parlare con Stella fu attraverso un’inaspettata email. Al tempo lavoravo da Target dove, dopo il trasferimento in Missouri, ero passata nuovamente a lavorare al servizio clienti. Malgrado avessi mantenuto la mia posizione full-time nella compagnia, ero ritornata in un ruolo che odiavo. Ogni giorno mi recavo al lavoro di pessimo umore. Ogni mattina allo specchio mi preparavo pensando che, di lì a poco, avrei dovuto inventarmi un sorriso amichevole per clienti maleducati che si sentivano in diritto di maltrattare me e miei impiegati.  

Ancora una volta pensavo a quanto sarebbe stato bello avere una laurea da poter aggiungere al mio resume. Ero convinta che tutti gli sforzi fatti negli anni passati fossero diventati inutili, sfumati nel vento, e che io, l’immigrante senza né arte né parte, fossi ancora una volta condannata ad aggrapparmi al lavoro disponibile e non a quello che amavo fare.  Mi ero scavata una fossa di disperazione e lacrime dalla quale non riuscivo più ad uscire e più frustrante, stancante e deludente il mio lavoro diventava, più scavavo il mio pozzo di autocommiserazione. Tornavo a casa in lacrime scrivendo innumerevoli copie e revisioni del mio resume che mi sembrava così deludente e così scarno che mi convinsi che qualsiasi manager, al sol leggerlo, avrebbe sonoramente sbuffato e avrebbe messo da parte la mia domanda di assunzione reputandola un fastidioso spreco di tempo. 

Un mercoledì pomeriggio, durante uno dei miei infiniti turni di lavoro, fra un cliente urlante e una cassiera assente, trovai il tempo per dare un’occhiata al mio cellulare, dove trovai un’email che mi informava che ero stata contattata per un colloquio di lavoro per una posizione in HR. Ero molto felice ma anche molto sorpresa d’esser stata contattata, infatti non ricordavo di aver mandato quella domanda di assunzione e pensai ad un fortunato errore.  
Tornata a casa, menzionai l’accaduto a mio marito il quale mi disse “Forse hai mandato una domanda una di quelle sere che eri in uno dei tuoi episodi di disperazione”. Allora, come nel film “Hangover”, mi tornò in mente come un paio di settimane prima, fra le lacrime, ubriaca di delusione e rabbia, decisi che avrei mandato il mio resume a tappeto a chiunque avesse postato una posizione vagamente interessante. E sì, avevo deciso di candidarmi spavaldamente a tutte quelle posizioni che da “sobria” avrei ritenuto fuori dalla mia portata. Infatti il colloquio che mi era stato proposto era per un lavoro che guardavo sospirando, ma che ahimé richiedeva molta più esperienza di quella che avevo e, ancora una volta, questa benedetta laurea. 

L’America, una terra di opportunità

Dal giorno del mio colloquio sono passati esattamente tre anni. Fui assunta con mio grande orgoglio alla Washington University in St Louis, dove ho l’onore di attraversare gli stessi corridoi che ha attraversato Rita Levi Montalcini – e, diciamo la verità, non c’è ispirazione migliore per trovare la grinta durante i giorni più difficili.  

La mia manager Stella decise di fidarsi dei suoi istinti e di assumermi perché, nonostante la mia esperienza limitata e l’assenza della laurea che era richiesta dalla posizione, avevo le qualità che secondo lei erano più essenziali, qualità che io stessa avevo sottovalutato ma che fecero la differenza. Quando iniziai a lavorare qualche settimana dopo, ebbi la conferma che gli USA sono davvero il paese delle mille opportunità e non perché qui esista il fantomatico albero della cuccagna, ma perché la filosofia e la visione del mondo del lavoro sono diverse da quello che ci viene insegnato in Italia.  Negli USA un atteggiamento positivo verso il lavoro è più desiderabile che l’esperienza lavorativa pregressa. I miei sforzi nel pulire bagni ed imparare a smontare filtri di lavastoviglie industriali hanno dimostrato la mia caparbietà e la mia voglia di imparare. I miei anni in retail hanno dimostrato la mia pazienza e il mio carattere socievole che si sarebbe combinato bene con il team già esistente. 
Negli USA la tua personalità, etica e carattere sono i punti cardinali sui quali i datori di lavoro presenti e futuri baseranno la loro decisione se assumerti o no, e l’esperienza, il più delle volte, è un gradito extra.  

La mia storia non la reputo straordinaria, ma credo che le difficoltà dei miei primi anni negli Stati Uniti abbiano tirato fuori una caparbietà e ambizione che non credevo esistessero in me.  Anche se sono stata molto fortunata a trovare persone fantastiche sul mio cammino, è innegabile che la giusta predisposizione e atteggiamento verso il mondo del lavoro sono state le più grandi armi a mia disposizione, e quelle che hanno fatto la differenza nel mio percorso lavorativo e professionale. 

Spero che questo post possa arrivare ad una persona come me, senza né arte né parte, così da trasmettere il coraggio di essere testardi, di puntare su se stessi e di ritagliare un angolino di questo paese per .  
A te lettore spaesato, va il mio più grande augurio e incoraggiamento per il tuo futuro: tutto ciò che tu desideri è su questo mondo, non aver paura del duro lavoro, del dolore fisico, e delle delusioni.

Continua con la testardaggine della capra e godi dei futuri frutti del tuo duro lavoro. 

Giovanna Capaldo,  
L’emigrante senza né arte né parte