Sono cresciuta nella spensieratezza di chi vive in una città di mare, nella bellissima Sicilia. Durante la mia infanzia e adolescenza, ho avuto la fortuna di passare l’estate in spiaggia, come se ogni giorno fosse una vacanza.  

Quando cresci in questo modo, ti illudi che la vita sia cosi per chiunque e dovunque; ti illudi che in qualsiasi luogo tu possa trovarti  il suono e il profumo del mare ti coccoleranno; e che quasi tutti i problemi che la vita presenta ogni giorno scompariranno.  

Crescere così è più difficile di quanto si possa credere, perché non cresci mai veramente, finché un giorno, non decidi di affrontare la più grande paura per un siciliano: lasciare la propria terra che spesso rappresenta una scelta obbligata.  

Il mio percorso di studi in Italia e le difficoltà nella ricerca di un lavoro 

Partii per la Toscana per iniziare a frequentare il corso di laurea specialistica in Biotecnologie nel 2007. Sembrerà strano ma fu la prima esperienza della mia vita,in cui mi sentii una “straniera”. L’Italia è un Paese stupendo, con culture e radici diverse. L’essere umano ha paura del “diverso”: da un lato  l’ignoto  dall’altro la certezza di luoghi e volti familiari. Ho trascorso due anni a Siena, in realta’, non ho mai vissuto a pieno questa terra e non mi sono mai sentita a casa. A Siena, ho avuto la mia prima esperienza nel mondo della ricerca, con il mio tirocinio e la mia tesi di laurea sperimentale.  

Per quanto mi piacesse la ricerca biomedica, non ero ancora convinta che questa fosse la mia strada; avevo conosciuto troppi ricercatori infelici e frustrati e non volevo diventare una di loro. 

Dopo l’esperienza senese e dopo aver completato la laurea magistrale cercai lavoro in industrie farmaceutiche, senza nessun risultato. So che in Italia dal punto di vista delle lingue le cose stanno cambiando. 15 anni fa se volevi imparare bene l’inglese non potevi affidarti alla scuola o università, studiavi tutto in italiano e non venivi affatto “preparato” per un colloquio di lavoro in italiano, o come accade a me, in lingua inglese. Ti senti smarrito… Per tutta la vita hai studiato per qualcosa che non ti consentirà di ottenere un lavoro e per quanto tu sia preparato, a che serve conoscere la teoria se non sei in grado di dimostrare attraverso un colloquio di lavoro che sai mettere in pratica ciò che hai imparato?  

A quel punto, impreparata ad affrontare il mondo del lavoro, cosi come molti neolaureati, decisi di continuare gli studi  e  acquisire maggiore esperienza per “affacciarmi” con più  consapevolezza al mondo del lavoro.  

Iniziai il Dottorato di ricerca presso l’Università degli Studi  del Piemonte Orientale a Novara. Cambiare nuovamente città fece crescere sempre di più il mio spirito di adattamento e con esso la mia mente si apriva sempre di più alla diversità.  

La mia esperienza da dottoranda è stata caratterizzata da tante delusioni e tanta voglia di mollare. Spesso il tuo capo vive la tua stessa frustrazione, costretto a lavorare senza fondi e talvolta molti professori sono costretti a chiudere iI loro laboratorio.  

La svolta: il dottorato e lo studio in Texas 

Il mio dottorato prevedeva un periodo all’estero, cosi decisi di approfittarne e andare negli Stati Uniti per crescere professionalmente e imparare l’inglese. 

Arrivai a Dallas in Texas nel 2014 parlando un pessimo inglese scolastico e con tante paure. Non nego che all’inizio sono stati giorni difficili in cui volevo scappare via e arrendermi.  

Al contrario di quello che si possa dire in giro, il Texas mi ha accolto con tanti sorrisi e tantissima gente pronta a darmi una mano, e grazie alla quale sono rimasta e ho cominciato a sentirmi a casa.  

La differenza più grande tra Stati Uniti ed Italia ,oltre che culturalmente, l’ho trovata nel mondo universitario e lavorativo. Gli statunitensi sono un popolo di motivatori. Non ho mai creduto di essere bravissima in ciò che faccio, so di dare sempre il massimo ma non ho mai creduto in me stessa fino in fondo.  

Durante la mia esperienza sia scolastica che lavorativa  c’è sempre stata gente che mi diceva che potevo fare di più, probabilmente  è vero, e non ho mai ricevuto complimenti o riconoscimenti per il lavoro fatto.  

Durante il mio percorso nel campo della ricerca biomedica, non mi sono mai sentita apprezzata e le mie idee non sono mai state veramente considerate in quanto ero una semplice studentessa.  

L’importanza della figura del mentore 

Negli Stati Uniti tutto è cambiato. Le mie qualità sono state riconosciute e questo mi ha portato a dare sempre di più, e amare il mio lavoro, che l’Italia mi aveva quasi fatto odiare. Il problema della ricerca in Italia non è legato soltanto alla mancanza di fondi, ma anche alla mancanza di fiducia nelle nuove generazioni. 

 In Italia spesso si perde il concetto di “mentore”: colui che ti guida nella tua carriera e si assicura di seguirti fino al momento in cui “spiccherai il volo”, in cui sarai indipendente.  

Negli Stati Uniti ho avuto il supporto sia del mio mentore/capo che di altri professori disposti ad aiutarmi e ad ascoltare la mia opinione, durante conferenze o meeting.  

Non tornerei mai in Italia a fare ricerca: una ricerca senza fondi, con uno stipendio ridicolo e senza gratificazioni professionali.  

Il mio sogno americano, in continua evoluzione 

La Sicilia mi mancherà sempre, ma per me ormai è solo un posto dove andare a trascorrere la pensione; mentre per un giovane potrebbe rappresentare frustrazione e voglia di mollare.  

Per me l’America è stata e rappresenta tuttora il “sogno americano”, dove con il duro lavoro e la passione posso realizzare i miei sogni.  

La mia realizzazione professionale mi ha reso una persona felice, in grado di realizzare anche il sogno di una bellissima famiglia, con un marito che amo e un figlio stupendo. Davanti a me ho ancora tanta strada da fare, gli ostacoli non mancheranno, ma adesso ho tutti gli strumenti per farcela. 

Rossella Titone