Ho sempre avuto il pallino del viaggio. Fin da piccolissima volevo viaggiare, vedere il mondo, e passavo i pomeriggi a sfogliare l’atlante e a guardare I Turisti per Caso (che miti Syusy e Fabrizio, vero?!).  

L’idea di poter conoscere il mondo mi affascinava così tanto che ho deciso di fare del viaggio il mio lavoro, accostandolo ad un’altra mia grande passione: la letteratura. 

 Il viaggio come soggetto di ricerca 

Prima di trasferirmi in America, infatti, lavoravo all’Università di Parma, dove ho conseguito il dottorato in Italianistica e Filologia Romanza e dove insegnavo Letteratura Italiana Contemporanea. Ho concentrato tutta la mia ricerca accademica sulla letteratura di viaggio e dell’immigrazione fra ‘800 e ‘900, e in particolare sugli scrittori italiani che durante il Ventennio vennero negli USA per mettere alla prova il mito che s’era diffuso in patria attraverso le traduzioni dei romanzieri americani.  

Fra i miei lavori più interessanti, vi segnalo Al di là del mito. Scrittori italiani in viaggio negli Stati Uniti, uno studio sulle riflessioni dei nostri intellettuali che visitarono o emigrarono negli USA durante il periodo fascista, e la riedizione critica di Atlante Americano di G.A. Borgese, bellissimo volume di viaggio sugli States scritto negli anni Trenta del ‘900 e censurato dal Regime perché troppo filoamericano e perché il suo autore non aveva voluto firmare il giuramento fascista dei professori.  

Non ho scelto questi temi a caso. Sono sempre stata assolutamente affascinata dal senso di libertà che aleggia attorno agli Stati Uniti, così come dall’idea di poter conoscere altre culture e sperimentare modi di vita alternativi. Ma il fare del viaggio il mio soggetto di ricerca è stato motivato, oltre che dalla passione, anche dall’aspirazione che i miei studi potessero diventare il veicolo che mi avrebbe permesso di viaggiare. Ed è andata proprio così. 

La partenza per gli USA 

Grazie alle mie pubblicazioni in questo settore, all’inizio del 2011, sono stata invitata a parlare a un convegno a Firenze organizzato dalla State University di New York, ed in quell’occasione il mio intervento mi ha guadagnato l’invito ad unirmi al team di italianisti del Dipartimento di Lingue Moderne della University of Central Florida ad Orlando. 

Ho accettato senza esitazioni e sono partita da sola verso un continente in cui non ero mai stata, senza un biglietto di ritorno né internet sul cellulare. 

Vivere ed insegnare in Florida mi piaceva moltissimo, e il primo anno vissuto da sola negli Stati Uniti è stato uno dei più belli della mia vita. Tutto era nuovo ed emozionante, anche la solitudine e l’incomprensione, che non avevano solo i risvolti problematici e a volte avvilenti dell’esclusione, ma anche quelli provocanti ed irriverenti della sfida e del riuscire a farcela da sola.  

Ricorderò sempre la prima Pasqua negli USA. A casa in Italia tutti festeggiavano come da tradizione. Mentre io, che ero rimasta da sola in un campus deserto, ho preso la bici e me ne sono andata da Walmart, il posto più vicino, ad osservare la gente che al pomeriggio di Pasqua faceva la spesa come se niente fosse: studenti in infradito che si rifornivano di birra, uomini di mezza età che sceglievano canne da pesca, signore in tuta che facevano la scorta di banane mature dal cestone delle offerte. Il semplice fatto di sentirmi svincolata dagli obblighi delle feste comandate, in una società assolutamente eterogenea e fra le corsie di un supermercato affollato anche in una domenica in cui in Italia tutti fanno la stessa cosa, mi ha fatto provare un grandissimo senso di libertà. 

Desiderio di libertà 

Quanto al resto però, pur occupandomi di viaggi sui libri, sentivo di essere ancora ‘incastrata’ in un lavoro tradizionale, fisicamente ancorata ad un’aula o al mio ufficio, e di fatto non viaggiavo. L’essermi ritrovata immersa in una cultura in cui impera la mentalità del you can be anything you want e che crede nella possibilità di rinnovarsi e reinventarsi sempre è stata la scintilla che ha acceso la miccia del mio desiderio di vivere in modo più pieno, fuori dagli schemi e libera dalle convenzioni. 

Ho deciso di mettermi alla prova e ho mollato l’università. Mi sono assunta il rischio di abbandonare un mestiere attorno al quale spira un alone di prestigio e di rispettabilità, per saltare nel vuoto e seguire un percorso che nemmeno io sapevo dove mi avrebbe portata, ma che – ne ero certa – sarebbe stato colmo di avventure e di emozioni. 

Insieme al mio ragazzo di allora e attuale marito (che, a proposito di mestieri anticonformisti, è, fra le altre cose, un giocatore professionista di poker, in viaggio da quando ha diciotto anni), ho imparato a fare lead generation e affiliate marketing nel campo assicurativo, cose assolutamente lontane dalle mie competenze, ma che, svincolandomi da una location fisica e da doveri ed orari imposti da altri, mi hanno dato la libertà di vivere una vita nomade. 

Abbiamo aperto una compagnia nostra, che si è allargata sempre di più fino ad occuparsi di altri settori e a farci assumere altre persone, tutte rigorosamente a distanza. E a lavorare in un ufficio non ci sono tornata più. 

Reinventarsi ed individuare le proprie passioni 

Negli ultimi anni ci sono stati un sacco di stravolgimenti. Ho vissuto nel Sud Est Asiatico per oltre tre anni e girato per il mondo senza avere un posto da chiamare casa. Lavorando dal mio portatile in albergo o in un AirB&B, il mio ‘ufficio’ era ovunque decidessimo di andare. Dalla critica letteraria sono finita a partecipare a conferenze di SEO, copywriting e a co-fondare un’accademia di poker online. Mi sono occupata di marketing e brand consulting nel mondo dell’healthy food, ho aperto Little Bites of Beauty, una piattaforma che aiuta le persone con intolleranze alimentari o che seguono diete specifiche a viaggiare senza limitazioni, e Wholesome Lux, una consulting agency per il mondo della luxury hospitality, che aiuta hotel e resort ad adeguarsi ai trend e alle esigenze alimentari del giorno d’oggi per offrire ai propri ospiti un’esperienza altamente personalizzata. 

E se apparentemente queste cose non hanno nulla a che vedere l’una con l’altra, in realtà sono assolutamente correlate perché favorendo uno stile di vita libero, mi hanno dato la possibilità di vivere in viaggio, ed ora anch’io, come gli autori che prima analizzavo da critica, ho un bagaglio di esperienze e di impressioni, sull’America e su tanti altri posti del mondo, da poter descrivere e condividere.  

…Sì, perché fra le altre cose, nei ritagli di tempo, vado avanti a coltivare la mia passione per la scrittura. Da qualche anno ho iniziato ad osservare situazioni e modi di fare americani che per me erano assurdi, strampalati o insoliti con l’intento di sviscerarli e comprenderli meglio attraverso la scrittura. E sto collezionando brevi storie – che voglio poi raccogliere in un nuovo libro – su incontri, riflessioni e ritratti di personaggi che hanno proprio come comune denominatore il senso di shock culturale, sia in negativo che in positivo, e nei quali sdrammatizzo il mio senso di spaesamento attraverso la chiave dell’ironia. 

Sentirsi sempre in divenire 

Raccontata così, la mia sembra una storia tutta rose e fiori. Non lo è. Ci sono stati un sacco di momenti difficili, di incagli e difficoltà, ma a me piace concentrarmi sulle cose positive e trasmettere l’idea che seguire i propri sogni, accettare il fatto che questi cambino nel corso della vita e che di conseguenza dobbiamo aggiustare il tiro, sia molto importante. 

Della mia decisione di lasciare l’università non mi sono mai pentita, e dopo quella, tutte le altre scelte (e le rinunce) che ho fatto, sia professionali che personali, sono sempre state dettate dalla volontà di difendere quella libertà che ho fatto tanto per ottenere. E oggi mi piace poter vivere senza dovermi riconoscere in un ruolo, in una professione o nell’appartenenza ad un posto sul mappamondo. 

 Ambra 

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